Il professor Marco Riva ha lasciato d’improvviso, alla fine di agosto, l’Università di Scienze Gastronomiche che aveva contribuito a fondare. La sua intelligenza e il suo grande spirito di collaborazione hanno avuto un ruolo fondamentale per il percorso culturale dell’Università e di questa rivista, che ne ospita gli ultimi contributi. A dar voce a tutti i componenti dell’Università e della redazione è il saluto commosso del professor Alberto Capatti.

Saluto a Marco Riva

Ho sognato Marco nella notte dell’8 settembre, quando era scomparso dal 25 agosto. Era distante, fra alcune persone, ma non staccato da me che mi preoccupavo del suo stato di salute, e avrei voluto raccomandargli di curarsi. Non so se interpretare il sogno come una elaborazione del lutto o come la sua pura e semplice rimozione, ma sento che il peggior modo di ricordarlo è il necrologio universitario. Fra il tecnologo-gastronomo, l’ex-militante di Rifondazione, il cristiano schivo, l’amico di penna e di letture e il conterraneo – tutti e due siamo nati a Como – sceglierò qui di ricordare l’anfitrione che a Pollenzo riuniva, la sera, nella sua casa, professori residenti e di passaggio. Faceva la spesa, ordinava i primi tagli, istruiva tutti i presenti sul forno a microonde che utilizzava di preferenza, e mi riservava la parte del cuoco. Cenavamo, lasciando posto, dopo l’ultimo piatto e la prima grappa, a canzoni o poesie. Avevamo lavorato per quattro anni a un progetto, l’Università di Scienze Gastronomiche, e lo vivevamo nella sua fase operativa, ma sentivamo che a legarci erano tutti i fili sparsi delle nostre vite, una matassa di venticinque anni di pensieri e di parole, a Como, a Milano e a Pollenzo, che si attorciglia nella mia testa e che non riesco a sciogliere. Perché non è più e ora potrò incontrarlo solo nei sogni.

Alberto Capatti