Laura Prosperi
ISTITUTO UNIVERSITARIO EUROPEO
Le magie di Francesco Garnier Valletti
Percorsi possibili nel Museo della Frutta di Torino
AA.VV., Il Museo della Frutta “Francesco Garnier
Valletti”, Palazzo degli Istituti Anatomici-Officina Libraria,
Torino 2007
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È la Torino ottocentesca ad accogliermi in questo piccolo museo cittadino, la Torino austera degli arredi in ciliegio, capitale di sfide e progetti, forte e consapevole delle proprie potenzialità. San Salvario, il quartiere che ospita l’edificio, è stato – tra Otto e Novecento – il principale polo della ricerca scientifica torinese. Il Museo della Frutta di Torino è, innanzitutto, il risultato di un egregio lavoro di collaborazione tra accademia e istituzioni cittadine che ha voluto rendere omaggio a una città a torto ridimensionata alla sua sola identità industriale, una città che ricorda qui i suoi orti botanici e le sue serre municipali, il suo essere stata sede di centri propulsori quali l’Accademia di Agricoltura e la Regia Stazione Chimico-Agraria.
La collezioni di frutti, splendidamente restaurata, è inserita in una sorta di gabinetto scientifico, nell’ambito di una ricostruzione di interni di grande rigore, che lascia percepire con esattezza molte cose di quegli anni.
Il laboratorio chimico, la biblioteca specialistica, piccoli angoli di erudizione, una cartografia che illustra giardini, impianti di coltura, campi di sperimentazione. Ambizioni di dominio sulla natura, fiducia nell’umano progresso e agronomia sono stati all’epoca un’unica cosa, e quello slancio di ottimismo e sapere applicato traspare con limpidezza nelle poche stanze da attraversare, dove tutto sembra fissato, come in un dagherrotipo tridimensionale che ci conduce indietro nel tempo. Il piccolo scaffale che conserva i quaderni, il manuale da consultazione rimasto aperto sullo scrittoio, dettagli che rendono pulsante l’energia culturale di una stagione di speranza. I frutti del ceroplasta Francesco Garnier Valletti ci attendono lì, si direbbe da allora.
Egregiamente restaurati, essi si lasciano ammirare nell’ambiente centrale, non più esteso degli altri, in vetrine degne del loro prezioso contenuto. È il visitatore a sentirsi scrutato da questi plotoni di mele perfettamente allineate, inibito dalla verosimiglianza di intere squadriglie di fichi, nutrite schiere di pesche, una diversa dall’altra. Istintivamente si cerca la falla, il dettaglio che tradisca la finzione, il virtuosismo di troppo che rimetta in ordine le cose: il mondo biologico da una parte, l’artificio che lo imita dall’altra. Ma è tempo sprecato, ogni singolo pezzo è perfetto.
Al di là della meraviglia non è immediato comprendere cosa siano in realtà questi frutti, cosa ci faccia questo prodigio di tecnica e artigianato al servizio della pomologia. Non si coglie per l’esattezza quale sia stato per l’artefice di queste creature il senso e l’utilità di imbalsamare la natura per restituirla, imperitura, più vera del vero. In buona sostanza, verrebbe da chiedersi: cui prodest?
Per capirlo bisogna tornare a una dinastia di vivaisti di nome Burdin, vissuti tra l’Italia e la Savoia, tra la fine del Settecento e l’Ottocento. Martin Burdin, perito di agronomia, orticoltura e arte del giardinaggio, aprì a Chambéry uno stabilimento agrario e pubblicò nel 1779 il primo catalogo commerciale della ditta che evidenziò la difficoltà oggettiva di identificare con precisione specie e varietà poste in vendita. Una volta attivato un circuito di ordini fatti per corrispondenza e di vendite a distanza il problema si pose in tutta la sua concretezza: fondamentale era riuscire a non cadere nel labirinto delle denominazioni locali, nella pastoia di sinonimie e omonimie in cui si collocavano da secoli i nomi dell’universo frutticolo: “Gentile Cliente, sia paziente, cosa si intende esattamente nella Sua regione con Pastinaca o Mela Carla?”.
Fu la difficoltà commerciale, dunque, nei traffici di Martin Burdin, ad accelerare un’esigenza di rigore tassonomico che non cadde nel vuoto e fu il progetto di suo nipote Auguste, mezzo secolo dopo, a cercare risposte per questo problema, ideando il primo Museo Pomologico al servizio dell’umanità. Ed è lì che si prese atto che per questo fine di poco conto occorrevano in realtà grandi mezzi e smisurato talento.
Risultò presto chiaro a tutti che ogni sforzo analitico non sarebbe bastato, perché neanche la più maniacale delle descrizioni avrebbe posto un confine affidabile tra varietà di albicocche o di susine in cui la natura sembrava sfidare l’istinto puerile della distinzione e della classificazione. Chi non sa, poi, che anche all’interno della stessa pianta, dello stesso ramo e della stessa stagione un frutto può ben distinguersi da un suo omonimo? L’approssimazione della “lingua agronomica” aveva, essa sì, radici profonde e fondamenta secolari: ambiente, esigenze contestuali e lavoro umano si intersecano da sempre nel campo agricolo e l’élite di agronomi che accolse la sfida realizzò presto che per mettere ordine nel magma delle forme linguistiche esistenti non sarebbe bastata l’erudizione dei gabinetti scientifici né i soli manuali d’accademia.
Quando il progetto prese piede, i Burdin erano già gli eredi di un impero agronomico che avevano investito in attività fiorenti e innovative tra l’Italia e la Savoia. I loro vivai, disseminati in un territorio non più circoscritto, realizzavano nel loro modo di essere concepiti un’avanguardia assoluta. Sulla lungimiranza commerciale e il loro fiuto per l’impresa si era innestata l’ambizione scientifica e il senso della pubblica utilità. Esposizioni periodiche, attività editoriale, sperimentazione e rappresentanza istituzionale erano state parte di un unico tragitto illuminato che nel corso di tre generazioni aveva probabilmente già bruciato le sue tappe migliori.
Auguste, ideatore del museo e committente di Francesco Garnier Valletti, venne riletto dai suoi biografi come il più visionario e il più scellerato amministratore tra i suoi predecessori. “Egli aveva individuato nelle realizzazioni di frutta artificiale di Francesco Garnier Valletti una strategia pubblicitaria innovativa e insieme la soluzione al problema che da sempre aveva tormentato l’attività dei grandi vivaisti”. (1)
Nelle sue parole si coglie nitido lo spirito delle sue ambizioni: “Conoscere le specie e la varietà dei frutti tanto indigeni che naturalizzati, i quali crescono e maturano in questa bella parte d’Italia, fu sempre un desiderio sentito da molti, desiderio fattosi maggiore in seguito alle numerose ed in gran parte pregevoli varietà prodottesi da parecchi anni nel mondo orticolo. È noto per contro quanto la nomenclatura dei frutti che si raccolgono in Piemonte varii secondo le Province, e si facesse poi oltremodo confusa dall’aggiungersi delle varietà nuovamente introdotte, mercé la ritrosia dei nostri coltivatori a trascriverne e registrarne i nomi originarii: aggiungasi che fra questi, malgrado le cure dei Pomologisti, s’intromisero non pochi sinonimi; tutto ciò fa sì che in faccia alle numerose collezioni presentate dai cataloghi dei più rinomati Pepinieristi, il pubblico resti titubante o possa ingannarsi nella scelta”. (2)
L’occasione dell’incontro tra queste due personalità e i loro rispettivi mondi fu la seconda Esposizione di floricoltura che si tenne nel maggio 1852 organizzata dalla Reale Accademia di Agricoltura. La mostra, di grande impatto sul pubblico, comprendeva 162 frutti artificiali commissionati a Garnier Valletti e il suo successo fu tale da convincere Auguste Burdin a lanciarsi in un investimento decisamente ingente, che la sua morte prematura trasformò di lì a poco in un passivo ereditato dai suoi eredi: 54000 lire per realizzare una collezione basata sulla grande catalogazione della Pomona generale, l’opera più esaustiva sull’argomento, includendo uno stipendio annuo per il ceroplasta Garnier Valletti di 3000 annue.
Ma chi era dunque costui che aveva incantato con la sua arte visitatori curiosi, coltivatori increduli e accademici scettici al punto da destare un tale entusiasmo e meritare una commessa di tale portata? Che percorso ha alle sue spalle un ceroplasta di metà Ottocento prima che il mondo gli renda merito e reddito? Francesco Garnier Valletti era nato a Giaveno, in territorio piemontese, nell’anno 1808.
Confettiere, da principio, egli si invaghì in quel frangente del modellismo naturalistico, facendo presto della riproduzione dei frutti l’ossessione della sua vita. Questo modellatore di provincia, capace di cogliere ogni singola screziatura che può scorgersi sul picciolo di un frutto, si misurò presto con il baratro esistente tra la passione per il vero e i limiti della tecnica. Percorrere questo baratro, che fu la sua personalissima sfida, lo portò lontano: Vienna e Pietroburgo, innanzitutto, alimentando una fama che percorse l’Europa.
In poco meno di cinquant’anni egli riuscì a riprodurre, da solo, qualcosa come 5000 varietà di frutti, lasciando almeno 5 collezioni note – una a Milano, due a Torino, due a Firenze e una a Todi – e un numero imprecisato di piccole collezioni private. Oltre ai modelli della Pomona artificiale, come egli battezzò la sua opera, egli produsse disegni, acquarelli, infinite pagine di appunti. Autodidatta, si direbbe, nell’apprendistato di un’intera esistenza, egli godette a ben vedere della dinamicità di un contesto senza il quale la sua figura sarebbe risultata poco riconoscibile. L’entusiasmo per le scienze naturali, la moda dei collezionismi, i progressi incipienti della cultura agronomica. Il cavalier Garnier Valletti seppe trarre strumenti e motivazione da tutto questo, per rimettervi poi al servizio la sua smisurata perizia di artigiano.
Alla materia iniziale, che era la sola cera, egli aggiunse in una ricerca infaticabile sempre nuovi ingredienti. La resina Dammar, la polvere d’alabastro, il gesso, la cenere, la pece greca, la cera vergine, la colofonia, la trementina e coloranti minerali sarebbero stati combinati secondo formule che rimangono a tutt’oggi ipotetiche.
Il maestro Garnier Valletti, di fatto, porterà via con sé manciate di segreti quando, sostanzialmente senza allievi, si lascerà vincere per una volta dall’epilogo scontato di ogni ciclo organico. Meno immortale dei suoi frutti, questo ceroplasta ostinato se ne andrà senza svelare alcun trucco a un mondo che, nei suoi sfoghi, non l’aveva meritato.
Note
1) AA.VV. Il Museo della Frutta “Francesco Garnier Valletti”, Palazzo degli Istituti Anatomici- Officina Libraria, Torino 2007, p. 49.
2) Società del Museo Pomologico di Torino, 1853, s.e. In AA.VV. Il Museo della Frutta “Francesco Garnier Valletti”, op.cit., p. 49.
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