Krina Patel
HARVARD GRADUATE SCHOOL OF EDUCATION

Pensatori in cucina: pensiero e apprendimento endocorporeo

“È arrivato il carretto dei dolci!”, gridiamo. Il suono della campanella del caramellaio attira una frotta di bambini. Lavora rapidamente, con le mobili mani esperte pronte a soddisfare le nostre richieste urlate di monili, auto, biciclette, che magicamente ricava dal nastro zuccherino. Il coro di voci e lingue confuse, i corpi sgomitanti si dissolvono sullo sfondo, mentre osservo l’anello che il confettiere ha realizzato per me. Come brilla al sole di metà pomeriggio: la forma di una dolce promessa adagiata sul mio palmo, con i brillanti colori che iniziano a mescolarsi mentre il dolce diventa appiccicoso. Alla prima leccata segue il morso. Ah! L’aroma di una speranza avverata.

Pensiero e apprendimento endocorporeo nella pratica artigianale

Le pratiche lavorative che coinvolgono tutto il corpo, come quelle gastronomico-gustative, richiedono una particolare attenzione, una tensione analitico-sensoriale che ci immerge in un tempo reale, in cui il pensiero svolge un ruolo fondamentale. È ciò che qui definisco “pensiero e apprendimento endocorporeo”. Questo particolare aspetto cognitivo è emerso nel corso del dottorato di ricerca che ho recentemente terminato presso la Harvard Graduate School of Education, inteso ad approfondire le modalità cognitive e di apprendimento nel lavoro manuale in un ambiente naturale e in tempo reale nella quotidianità; tale occupazione corrisponde a un procedimento “pratico” come le  tecniche gastronomiche o di tessitura che un bambino può imparare osservando i genitori mentre le svolgono. Il corpo, in quanto elemento inscindibile dagli aspetti conoscitivo-cognitivi, rappresenta il tema principale di questo mio studio. Pur a partire da una prospettiva diversa da quella scolastica, questa ricerca si concentra su situazioni di apprendimento formale.
Il mio interesse per le pratiche cognitive e conoscitive in ambienti naturali è iniziato osservando gli artigiani al lavoro, in India, dove sono nata e cresciuta, e dove tale categoria è da sempre parte integrante della vita comunitaria. La produzione artigianale di caramelle è vivida nei miei ricordi di bambina, nonostante gli ambulanti che vendevano prelibatezze per strada, come il caramellaio della mia infanzia, siano ormai quasi scomparsi. Un processo inevitabile, vista la rapidità dell’espansione e della crescita economica, in cui i piccoli produttori e gli artigiani finiscono per essere marginalizzati o costretti a modificare le loro conoscenze tecniche per produrre oggetti commercializzabili su mercati più ampi e globali.
Amministratori e legislatori sono più interessati alle richieste del mercato che a mantenere vive le pratiche artigianali (1).
Ma come si sviluppano queste pratiche? In che modo gli artigiani apprendono il proprio mestiere? In base allo strettissimo rapporto tra pensiero e apprendimento (Perkins, 1995), qual è la natura del processo cognitivo che si attua durante il lavoro artigianale? Molte sono le ragioni che mi hanno spinto a indagare tale processo cognitivo-applicativo: una ricerca di questo genere, per esempio, consentirebbe ai legislatori di pianificare programmi adeguati per incoraggiare e incrementare le pratiche artigianali. Inoltre, permetterebbe a studiosi e ricercatori di esaminare gli aspetti corporei del pensiero. Quest’ultima risulta essere un’area totalmente trascurata nel dibattito accademico sui processi cognitivi e di problem-solving; in particolare, due tematiche di fondamentale interesse, quali le dimensioni cognitive del lavoro artigianale e la valutazione dell’impegno fisico che ne è parte fondamentale sono quasi del tutto ignorate dalla ricerca accademica e dall’attività legislativa. Rose (2004) osserva che uno dei modi in cui valutiamo l’intelligenza altrui è il parametro dell’occupazione professionale. Il lavoro artigianale è prevalentemente manuale e, poiché nella gerarchia sociale lavorare con il corpo ha una considerazione minima, la persona che lo pratica risulta socialmente “invisibile” (Ehrenrich, 2001). Nel mondo accademico il corpo letteralmente scompare. Allo stesso modo, l’indifferenza per il corpo si riflette in un’indifferenza per le complessità e necessità intellettuali del lavoro artigianale nelle decisioni politiche e programmatiche.
Ho affrontato la mia ricerca partendo dal considerare il lavoro artigianale in quanto attività complessa; l’obiettivo era comprendere il processo cognitivo dell’artigiano: cosa sa, come organizza e struttura le informazioni, come risolve i problemi di lavoro e che parte ha il corpo in questo processo.

Cibo e artigianalita'

Ho concentrato la mia attenzione sulla produzione artigianale di cibo per vari motivi. Intanto, tutte le tappe della produzione alimentare – coltivazione, raccolta, trasformazione e consumo – sono da sempre le attività artigianali che hanno avvicinato per prime le comunità. Le attività artigianali iniziano nel momento in cui l’uomo utilizza le risorse locali per soddisfare esigenze locali in assenza di reti capillari di trasporto nelle zone rurali.
Ecco perché l’artigianato ha avuto origine presso le piccole comunità, dove continua a essere praticato.
Gli artigiani producono una quantità di oggetti sufficiente per le esigenze quotidiane e le cerimonie e riti della comunità. Sulla base di tale osservazione, Haku Shah, un antropologo e eminente studioso di arte tribale e popolare indiana, afferma che non sono solo le forze di mercato a motivare gli artigiani, ma i legami comunitari (Shah, 2002). Infatti, da tempo immemore le comunità sparse per il mondo si sono sviluppate unendosi per produrre, condividere e ritualizzare le risorse locali. Gli agricoltori sono tra i primi artigiani, coloro che sostengono la comunità attraverso un lavoro manuale specializzato.
Anche cucinare rientra tra le attività produttive alimentari praticate da millenni e a tale proposito Wrangham e Conklin-Brittain (2003) affermano che la cucina sembra essere una caratteristica fondamentale nell’ambito dell’adattabilità evolutiva umana.
Un’affermazione controversa, sebbene sia assodato che l’uomo cucina da oltre 5000 anni (2). Quella culinaria è un’attività presente su tutto il globo. Definita come la pratica di rendere il cibo salutare e appetibile per il consumo, cucinare rappresenta il nucleo dell’attività produttiva alimentare sia essa praticata in casa o in un’azienda. Richiede conoscenze specialistiche, abilità fisiche e dipende da strategie lavorative tra cui il problem solving.
Per focalizzare ulteriormente la ricerca, mi sono concentrata in particolare sulla cottura a forno, una tecnica culinaria specializzata che ho assunto a emblema di lavoro artigianale. Sebbene sempre più spesso gli alimenti come quelli da forno siano preparati in strutture per la produzione massificata, la pratica della cottura a forno continua in paesi come l’Italia, dove i prodotti da forno sono parte integrante della dieta nazionale. La cottura a forno comprende processi naturali (3) e metodi fisici specialistici semplici e complessi, molti dei quali, come ad esempio l’uso degli attrezzi necessari al procedimento e i relativi movimenti manuali (maneggiare un coltello o una spatola pasticciera, ad esempio) la accomuna ad altri lavori artigianali. La presenza di tali strumenti è importante in quanto essi fungono da mediatori del processo cognitivo in tempo reale.
Dall’osservazione delle attività di cottura a forno e delle strategie di lavoro adottate dai pasticcieri, ad esempio, si possono trovare relazioni con altri tipi di compiti che richiedono l’uso del corpo. È probabile che i micro-movimenti del corpo, associati ad azioni come impastare, sbattere, mescolare, avvolgere richiedano il medesimo percorso cognitivo e di problem-solving simile a molte lavorazioni artigianali come ad esempio il ricamo o la falegnameria.

La ricerca

Lo studio è stato svolto in due fasi tra il 2003 e il 2007. Dopo uno studio-pilota negli Stati Uniti presso la G Case Baking Company, un forno artigianale, la ricerca mi ha portata in Piemonte, regione scelta per la fiorente attività produttiva alimentare artigianale, e in particolare di prodotti da forno e dolciari. La seconda fase dello studio è stata supportata dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, con cui avevo concordato un mio soggiorno accademico e attraverso cui avrei potuto stabilire contatti utili alla mia ricerca con artigiani del settore alimentare operanti sul territorio. Ho quindi trascorso parte del primo semestre presso la sede pollentina dell’Università, per poi spostarmi presso alcune realtà artigianali locali. La mia ricerca si è svolta infatti presso due laboratori tradizionali della produzione dolciaria artigianale. Il processo di reperimento dei dati è stato realizzato mediante raccolta di video, fotografie, interviste con i pasticcieri partecipanti e conversazioni con gli abitanti del posto.

Letteratura correlata: contesto, cognizione e endocorporeità come concetti trasversali

Le domande di partenza e il modello analitico della mia ricerca sono state tratte da una rassegna della letteratura accademica (4) in cui mente e corpo erano affrontati in rapporto al pensiero, prevalentemente attraverso la lente della scienza cognitiva. Una rassegna iniziale evidenziava tre termini fondamentali: apprendimento situato (situated learning), cognizione situata (situated cognition) e cognizione endocorporea o incarnata (embodied cognition), che riflettono distintamente il passaggio della scienza cognitiva nel modello disciplinare. Pensare non è più considerata un’azione solitaria, interiore, “mentale”, come perfettamente rappresentata dalla scultura di Rodin Il Pensatore. La cognizione o, più semplicemente, la nostra modalità di percepire, comprendere e agire hanno sempre più assunto l’accezione “situata”, o “nel mondo”. Ma il termine inglese “embodiment” ha molte sfumature, ed è oggetto di un dibattito continuo nella letteratura scientifica.
Per la mia ricerca ho lavorato sul concetto di pensiero endocorporeo esaminando la letteratura esistente, cercando di costruire un modello analitico basato sui significati del termine “embodiment” e sulle varie accezioni del pensare. Ho poi affinato la ricerca analizzando i dati raccolti, prima attraverso lo studio pilota e successivamente durante il periodo di studio in Italia. Il concetto evidenzia una visione del corpo come oggetto “pensante” e “agente” in tempo reale che tende a portare a termine obiettivi legati a un compito specifico. Con ciò intendo i gesti fisici, i sensi, i manufatti e tutti i movimenti fisici che si compiono nello spazio per il completamento di un compito. L’obiettivo in questo caso erano i modelli cognitivi funzionali, che sono prettamente fisici: essi si riferiscono a uno schema generale di pensiero diretto allo scopo. Ad esempio, si prendano in considerazione i metodi di stima e misura seguiti da un pasticciere quando inforna. Si tratta in questo caso di uno schema cognitivo funzionale perché il pasticciere deve risolvere il “problema” di misurare e miscelare quantità specifiche di ingredienti necessari per raggiungere i propri obiettivi e ottenere dei risultati. Il pasticciere può calcolare mentalmente o stimare la quantità necessaria “a vista”, impastando gli ingredienti, oppure valutando il contenuto rimasto nei vari sacchi e contenitori da cui aveva già attinto in precedenza.
Entrambe le modalità di misurazione sono considerate modelli cognitivi fisici, in quanto comprendono un’analisi visiva come per l’uso attivo, analitico della vista, o un uso intenzionale di manufatti, come nel caso dei sacchi e contenitori. Questi esempi forniscono un’anticipazione della natura dell’analisi e delle conclusioni che andrò a descrivere. Studiare il pensiero, e in particolare l’identificazione e categorizzazione del processo mentale in un luogo come una pasticceria, dove le azioni si susseguono con un ritmo serrato, è piuttosto impegnativo, anche perché la serie di operazioni, le persone, i materiali e le attrezzature necessari contribuiscono a complicare il quadro d’insieme. Ho dunque analizzato le strategie di lavoro del pasticciere per identificarne i percorsi cognitivi utilizzando un modello analitico che integrasse aspetti della Cognitive Task Analysis (CAT, o Analisi Cognitiva dei Compiti), che intende il pensiero come modalità di risoluzione dei problemi.
L’analisi indica come la cottura a forno sia pensata come una pratica intensiva, in cui sono evidenti i marcatori cognitivi classici, riferibili alla risoluzione di problemi e al processo decisionale. Il “problema” o la sfida che generalmente il pasticciere deve superare consiste nel lavorare con ingredienti “vivi”, “attivi”, come farina, burro, zucchero, ecc. A livello teorico e pratico, infatti, l’ambiente fisico ha un impatto costante sugli ingredienti e li trasforma. I compiti legati alla cottura a forno, una volta avviati, richiedono una serie di azioni immediate, rapide e continue che comprendono la risoluzione di problemi e un processo decisionale in tempo reale.
Passerò ora ad analizzare come il pasticciere affronta queste sfide e lo schema cognitivo che emerge dallo studio e dall’analisi delle strategie operative impiegate.

Analisi

“Vai, vai, vai con due mani!”, mi dice il pasticciere mentre io stessa partecipo al lavoro in pasticceria: i pasticcieri devono muoversi continuamente, con le dita, entrambe le mani e anche con tutti i sensi, per seguire l’evolversi dei vari compiti. In quel caso in particolare stavo lavorando con del cioccolato, un ingrediente delicato, che deve essere maneggiato con attenzione, specie se riscaldato, poiché la sua struttura e l’aroma cambiano nello spazio di pochi minuti.

Incertezza, misurazione, corpo

L’incertezza è una caratteristica che definisce i problemi tipici della cottura a forno, e una componente tanto intangibile quanto costantemente presente nella nostra vita. Entro lo spazio limitato di una cucina, l’incertezza è una costante quotidiana quasi palpabile, per il carattere fisico e materiale del lavoro, come d’altronde si può dire dell’agricoltura, ad esempio, poiché gli agricoltori dipendono dalla natura, ossia dalle proprietà vitali e autoregolatrici dell’ecosistema in cui operano.
Il pasticciere, in risposta all’incertezza, si affida principalmente al processo di misurazione, che si può descrivere come riduzione dell’incertezza a quantità, in cui si stabilisce un’unità di misura standard che poi serve come termine di paragone per operare dei confronti. Questo processo di standardizzazione ripristina una condizione di certezza e assicura che il pasticciere produca alimenti di qualità uniforme quotidianamente, nonostante la difformità e l’imprevedibilità della situazione nel suo complesso. La prima forma di standardizzazione è la ricetta, ossia l’organizzazione scritta o orale del procedimento, utile a minimizzare l’incertezza rispetto all’evolversi del compito. Le unità standard di misura in una ricetta sono oggetti d’uso quotidiano in una pasticceria, come le tazze, i cucchiaini o i cucchiai. Spesso piccole quantità di un ingrediente sono espresse con termini corporali come “un pizzico di sale” o azioni come “spolverizzare di zucchero”. La ricetta non è che un piano d’azione, la descrizione di un percorso la cui esecuzione riduce l’incertezza della situazione operativa.
L’aspetto dell’incertezza nasce contestualmente al lavorare poiché l’azione “attiva” porta in primo piano qualità sottili, difficilmente esprimibili in termini numerici, e accomuna il lavoro artigianale alle produzioni alimentari di tipo industriale.
Il mio studio ha evidenziato come il modo adottato dal pasticciere per superare l’incertezza e trovare e registrare le informazioni necessarie per portare a termine efficacemente un compito, passi attraverso il corpo.
Un esempio è la tasca da pasticciere e la sensibilità e padronanza dell’operatore a rispondere a input come la pressione o la temperatura. La pressione esercitata dal pasticciere, infatti, rapportata alla temperatura e alla consistenza del ripieno e unite al tipo di materiale di cui è fatta la tasca sono determinanti per il completamento positivo delle azioni relative alla decorazione di una torta. La misura “standard” per applicare la forza necessaria a estrarre i diversi tipi di crema è “registrata” nel corpo del pasticciere così come altre unità di misura che stimano la distanza delle mani dalla superficie di lavoro, eccetera. Il pasticciere non impiega un attrezzo particolare per misurare la pressione sulla tasca, o un righello per misurare la distanza delle mani da una torta, ma deve rapportarsi alla situazione e affidarsi ai propri sensi visivi e cinestesici per svolgere questi diversi compiti. La stessa sensibilità per la pressione e la consistenza è necessaria per glassare una torta o impastare.
Si pensi ad esempio ai gusci di sfoglia dei cannoli: una delle tecniche adottate dalle pasticcerie artigianali da me visitate prevede un lavoro di coppia per avvolgere i “tagli” di sfoglia sulle aste di cottura. L’operazione deve essere eseguita con movimenti rapidi e prestando particolare attenzione alla stesura uniforme della sfoglia per garantire una cottura omogenea dei cannoli. Un occhio inesperto potrebbe ritenerla un’operazione semplice, per cui è necessaria poca pratica. Ma sarebbe sufficiente provare a maneggiare il delicato impasto per rendersi conto immediatamente della difficoltà di “tarare” la pressione manuale, e dunque la propria sensibilità alla consistenza dell’impasto, per stenderlo in modo uniforme, facendo sempre attenzione che il tavolo di lavoro sia sgombro per avere a disposizione solo gli ingredienti e gli attrezzi necessari. Infatti, uno spazio ben organizzato aiuta il pasticciere a muoversi meglio in un ambiente nel quale egli è sempre consapevole della posizione del proprio corpo e di come muoversi, specie quando si lavora in coppia – o in squadra – come spesso succede, ad esempio quando si deve sollevare la lunga tavola di legno su cui sono disposti gli stampi o occorre passarseli per infornarli.

Attenzione analitico-sensoriale: i sensi e il pensiero

Una pasticceria si “sente” a distanza. L’esperienza è acuita quando vi ci si trattiene per un certo tempo. Qualcuno potrebbe sostenere che un’immersione totale “inebetisce” o desensibilizza l’individuo, che adotta tale sistema per sostenere la situazione. Eppure, qualsiasi pasticciere esperto si risveglierebbe immediatamente dal “torpore” se ci fosse qualcosa di diverso nei materiali rispetto a profumo, aroma, suono o tatto.
Il sapere, costruito attraverso l’attenzione concentrata, allerterebbe immediatamente il pasticciere di cambiamenti in atto nella situazione. Recenti studi dell’Università della California di Berkeley hanno mostrato che quando una persona presta attenzione a un profumo viene attivata una parte del cervello che resta inattiva quando, pur essendo il profumo presente, non viene percepito (Herz, 2007). Ciò chiarisce l’aspetto cruciale dell’impegno sensoriale richiesto durante questo tipo di lavoro, solo apparentemente di routine. L’addetto deve notare un eventuale cambiamento di situazione e adattarvisi per poter portare a termine il proprio compito. I sensi non solo consentono la raccolta di informazioni ma rendono possibile un’analisi della situazione in tempo reale. Mediante i sensi si può procedere a una stima, un raffronto, una valutazione, un giudizio e quindi adattare le proprie azioni rispetto all’obiettivo.
I sensi incarnati utilizzati attivamente e analiticamente, sia direttamente dall’individuo, sia attraverso l’impiego di attrezzi, svolgono un ruolo fondamentale per le attività cognitive e di apprendimento nel lavoro fisico.
L’attenzione analitica, che comprende una particolare concentrazione dei sensi, è evidente da come il pasticciere curva la schiena e dalla postura che rivela un’immersione attenta nel compito specifico mentre preme sulla tasca di crema o di glassa. La qualità dell’attenzione necessaria in questo caso si può descrivere mediante un’analogia con l’idea di un panorama mobile in cui lo spettatore, posto di fronte a una visuale molto ampia, ha la sensazione di muoversi con essa. Allo stesso modo, quando si lavora in uno spazio dinamico, il campo d’azione deve includere sia lo spazio che l’osservatore: i due si muovono all’unisono. Questo tipo di attenzione richiede un impegno del e col corpo, una distinzione che Csordas mette in evidenza nel delineare le forme somatiche di attenzione (Csordas, 1993). Il suo obiettivo antropologico è di elaborare tale “incarnazione” (dei sensi) come un modello o orientamento metodologico. Prendendo spunto dal suo lavoro, ho tentato, nella mia ricerca, di applicare la distinzione di impegno del e col corpo.
Il lavoro manuale richiede una consapevolezza del proprio corpo. La struttura del lavoro, le sue richieste cognitive richiedono la presenza in corpo. Cosa succede, ad esempio, se ci “dimentichiamo” di prendere un guanto da forno prima di toccare una teglia calda? Se non interveniamo sul fatto che la nostra pelle è sensibile alle superfici calde il nostro io “esce dal corpo” per così dire, e il risultato è una bruciatura, che ci riporta alla consapevolezza del nostro corpo. In questo senso dobbiamo essere attenti e consapevoli. L’attenzione con il nostro corpo è invece un’abilità che sviluppiamo. Si tratta di qualunque tecnica corporale che si ritrae una volta appresa (Csordas, 1993). Ad esempio il pasticciere o l’artigiano il cui lavoro richiede un olfatto acuto e discriminante, sviluppa una particolare sensibilità. Così come un sommelier è in grado di identificare i vari aromi presenti in un bicchiere di vino, un pasticciere esperto capisce dall’aroma che proviene dal forno quando è il momento esatto di spegnerlo sapendo che i cannoli sono cotti.
Questa stessa qualità di attenzione analitica focalizzata è richiesta quando l’artigiano usa uno strumento come la tasca da pasticciere, ad esempio, che lo costringe a cambiare continuamente posizione secondo il tipo di feedback ricevuto in tempo reale e da quanto il suo corpo già sapeva riguardo alla pressione necessaria per far fuoriuscire la crema dalla tasca. Da un lato l’unità standard di misura è fissata nel corpo, ma nel tempo viene ricalibrata a seconda della situazione. La pratica del mestiere acuisce e aumenta il modo in cui il pasticciere registra a livello corporeo le informazioni relative a un particolare procedimento; aumenta quella familiarità che poi lo assisterà nelle operazioni di raffronto necessarie nel processo decisionale, accrescendo, attraverso il processo cognitivo e i continui aggiustamenti in tempo reale, i saperi del corpo rispetto a un’attività manuale specialistica come quella del pasticciere.

Pensiero e apprendimento endocorporeo

Il processo cognitivo, ovvero l’apprendimento e lo sviluppo del sapere, presso gli specialisti del lavoro manuale, come i pasticcieri, è un processo generativo inestricabilmente collegato e continuo. Il corpo, gli attrezzi e lo spazio sono un ricettacolo dinamico di questo processo, che è continuamente configurato e riconfigurato in nuovi schemi. La qualità dell’attenzione fisico-analitica consente di compiere un processo cognitivo in tempo reale e rappresenta la base del relativo processo di apprendimento che si può definire “apprendimento endocorporeo” e che comprende l’adattamento in tempo reale, ossia la registrazione corporea e il raffronto delle informazioni relative al compito e il relativo adattamento fisico di attrezzi e spazio, fondamentale in tutti i compiti previsti dalla cottura a forno. La cognizione e l’apprendimento endocorporeo vengono attivati dal compito che serve come un’ancora tra la mente e il corpo.
Csikszentmihalyi, che ha introdotto e diffuso il concetto di “flusso” scrive: “Quando gli obiettivi sono chiari, la retroazione utile, con sfide e abilità equilibrate, l’attenzione risulta ordinata e investita” (1997). Ciò rende possibile l’esperienza del “flusso”, descritto come un senso di azione agevole (effortless action). Questa ricerca mostra come un impegno focalizzato sia un descrittore decisivo del pensiero corporeo e come il processo di apprendimento endocorporeo, o in tempo reale, sia segnato da adattamenti simultanei di micro-livello.
Gli artigiani, gli artisti o chiunque lavori con il proprio corpo, sono soggetti notoriamente reticenti ad articolare il processo attraverso il quale producono un particolare oggetto o “lavoro”. Una spiegazione è che “sanno” come fare, e ciò crea una grande ambiguità e confusione rispetto ai concetti e alle parole utilizzati per descrivere il processo lavorativo. Gli artisti spesso vengono definiti come detentori di una sapienza “intuitiva” o di un talento innato. I lavoratori manuali sono associati alla poca chiarezza espositiva che deriva loro dal non aver studiato. Se ciò può essere vero, con l’osservazione più attenta del lavoro specializzato indica come gli artigiani siano in effetti impegnati in un processo cognitivo non simbolico in tempo reale. Questo processo cognitivo è implicito al loro apprendimento. Si pensi ad esempio alla decorazione di una torta, senza alcuna traccia o istruzioni, oppure al semplice esempio dello spolverizzare di zucchero un pasticcino. Entrambe le operazioni richiedono un impegno attento e un processo decisionale in tempo reale.
L’immersione totale nel compito porta a momenti di comprensione che consentono all’artigiano di costruire il proprio repertorio di abilità in termini di accrescimento. Mentre sono al lavoro gli artigiani potrebbero porsi domande funzionali al tipo di operazione che stanno compiendo e al compito che devono completare, per ottimizzare tempi e tecnica. La pratica è l’apprendimento.

Cognizione e apprendimento endocorporei: implicazioni

La comprensione dell’apprendimento come un mondo dinamico e reale che comprende l’attività fisica quotidiana, porta con sé la promessa di una trasformazione dei curricula scolastici, chemolti ritengono ancora basati su una concezione dell’apprendimento come processo mentale solitario. Dalle sperimentazioni dei ricercatori della cognizione situata, come Brown, Collins e Duguid (1989), emerge che l’attenzione dei docenti che promuovono l’apprendimento tra pari, attivano classi collaborative e realizzano corsi sulle pratiche dell’imparare facendo (learning as doing) è focalizzata all’inclusione del corpo nel processo di apprendimento. I risultati di queste ricerche sono alla base dei corsi propedeutici alle pratiche artigianali e di addestramento professionale. Gli studi mostrano inoltre l’importanza del tirocinio con lavoratori esperti che possono appoggiare il processo cognitivo e di apprendimento sul posto: tradizionalmente è stata proprio questa la modalità di apprendimento tra artigiani. I programmi di addestramento professionale, intesi a rispondere alle normative professionali e ai regolamenti per la concessione di licenze, possono al contrario oscurare la centralità dell’esperienza diretta.
Il concetto di pensiero e apprendimento endocorporeo offre lo spunto per la ricerca su argomenti che si concentrano sul corpo e comprendono discipline come la filosofia o le neuroscienze. I concetti elaborati possono contribuire alla ricerca sulla mente, sul cervello, sul corpo e soprattutto sulle loro reciproche interrelazioni. La tensione analitica richiesta nel settore artigianale rappresenta una ricca area di studio per i ricercatori consapevoli.
Da ultimo, riconoscendo il ruolo del corpo nei processi cognitivi e di apprendimento, riconosciamo ogni individuo, inclusa quella maggioranza di poveri per cui il corpo, in molti modi, rappresenta la sola risorsa. Una simile presa di consapevolezza può portare a modificare lo sviluppo sociale e i programmi di servizi alla persona, rendendoli più completi mediante una presa d’atto delle risorse esistenti nelle persone tra cui la loro capacità cognitiva e di prendere decisioni capaci di influenzare le loro vite.

Note

1) Il termine “pratica” è impiegato qui nel senso di impegno, come la “conoscenza o abilità nel fare qualcosa che si acquisisce con l’esperienza diretta e l’esercizio” (De Mauro, Paravia).

2) Elizabeth Pennisi, in una relazione sulla ricerca di Wrangham, afferma che la maggior parte degli antropologi concordano nel datare l’impiego del fuoco per cucinare a circa 250000 anni fa (Science, 1999, 283: 2004-2005).

3) Utilizzo qui il termine “naturale” nel senso vygotskiano del “naturale” distinto dal “sociale” e dunque erudito.Wertsch scrive “Lo sviluppo naturale produce funzioni in forma elementare, mentre lo sviluppo culturale converte l’elementare in processi mentali superiori.” (1985).

4) Per un elenco completo della letteratura disponibile si rimanda alla dissertazione originale: The Thinkers in The Kitchen: Embodied Thinking and Learning in Practice, K. Patel, 2008, Harvard Graduate School of Education, Cambridge, Mass. (USA).

Bibliografia

Brown, J.C.; Collins, A.; Duguid, P. “Situated Cognition and the Culture of Learning”. Educational Researcher, 18(1), 1989, p. 32-41.

Csordas, T. “Somatic Modes of Attention”. Cultural Anthropology, 8(2), 1993, p. 135–156.

Csikszentmihalyi, M. Finding Flow: the Psychology of Engagement with Everyday Life. Basic Books, New York 1997.

Ehrenrich, B. Nickel and Dimed: On (Not) Getting by in America. Metropolitan Books, New York 2001.

Herz, R. The Scent of Desire: Discovering our Enigmatic Sense of Smell. William Morrow, New York 2007.

Perkins, D.N. Smart Schools: Better Thinking and Learning for Every Child. Free Press, New York 1995.

Rose, M. The Mind at Work: Valuing the Intelligence of the American Worker. Viking Adult, New York 2004.

Shah, H. “Kucchi Madu”. In Alka Pande (Ed.), Patchwork Montage: Kutch – a Commemorative. Voluntary Health Association of India, New Delhi 2002, p. 19-23.

Wertsch, J.V. Vygotsky and the Social Formation of Mind, Harvard University Press, Cambridge, Mass 1985.

Wrangham, R.; Conklin-Brittain, N. “Cooking as a Biological Trait”. In Comparative Biochemistry and Physiology, Part A, 136, 2003, p. 35-46.

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