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Stuart Franklin
Magnum Photos
Riflessioni sulla sostenibilità
Uno dei principali interrogativi sulla sostenibilità – e sulla biodiversità in particolare – è se si possa tutelare proteggendo piccole aree naturali in speciali riserve continuando a sfruttare il resto del territorio a nostro piacere. In uno scritto del 1966 l’ecologista americano Aldo Leopold non lo riteneva possibile. Affermava infatti che “la conservazione ambientale rappresenta uno stato di armonia tra l’uomo e la terra, intesa come l’insieme delle cose che vi si trovano a contatto, sopra o sotto. L’armonia con la terra è come l’armonia con un amico a cui non si può tenere la mano destra e amputargli la sinistra. In altre parole, non si può amare la selvaggina e detestare i predatori, conservare le acque e devastare le praterie, piantare un bosco e compromettere la fattoria. La terra è un unico organismo.” (Leopold, 1966)
Certo, la terra è un unico organismo, ma a causa dell’aumento della popolazione e della necessità di nutrire quella sempre più urbanizzata (oggi metà della popolazione mondiale vive nelle città) bisognerà scendere a qualche compromesso. Nel 1987 il Brundtland Report segnalava che “sviluppo sostenibile significa soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i loro.” (WCED, 1987)
Secondo il rapporto, questa definizione conteneva nella sua formulazione due concetti fondamentali: il primo rivolto ai bisogni primari dei poveri del mondo, il secondo alle limitazioni tecnologiche. Sebbene il Brundtland Report lamentasse la perdita delle barriere coralline e delle foreste tropicali, il messaggio che intendeva comunicare aveva una valenza antropocentrica e, nelle parole di un oppositore, non era che “un buon esempio di fandonie politiche, uno slogan, e a un esame più attento un insieme di concetti vaghi, contraddittori, insignificanti.” (Richardson, 1997)
Se una visione rigorosamente antropocentrica della sostenibilità è “insignificante”, che dire allora di una prospettiva ecocentrica, che consideri gli umani come mero elemento in un universo condiviso? Intanto – siamo onesti – in una riflessione sull’ambiente è impossibile procedere, come suggerisce Aldo Leopold, e “pensare come una montagna”. In quanto uomini, pensiamo come umani. Inoltre, ogni essere umano ha opinioni diverse, specie rispetto ai propri bisogni. Ci vorrebbe però un individuo o un gruppo di individui che venisse allo scoperto ed esponesse una teoria coraggiosa per la sopravvivenza del pianeta Terra per le generazioni future. Allora si potrebbe pensare che la sostenibilità della biodiversità sia un obiettivo auspicabile, ancor più di quanto credessero i ventitré commissari che ventun anni fa stilarono il Brundtland Report.
Per riassumere: se accettiamo la definizione di sviluppo sostenibile che vede l’assistenza ai poveri del mondo come una priorità, non possiamo chiedere loro contemporaneamente di ignorare i propri bisogni privilegiando alla loro la sopravvivenza della foresta amazzonica o delle specie minacciate.
È necessario allora trovare una nuova definizione che dia uguale priorità all’uomo e all’ambiente, anche perché, senza direttive precise e la disponibilità di fondi globali per la gestione di questa dicotomia, dovremo assistere alla lenta scomparsa delle foreste tropicali nei paesi meno industrializzati, come conseguenza delle azioni umane dei ricchi come dei poveri.
L’espressione “i poveri del mondo” rappresenta comunque un concetto astratto. Intanto non chiarisce il significato di povertà; in secondo luogo non prende in considerazione la massa potenziale dei bisogni dei poveri. Quando il Brundtland Report venne pubblicato, nel 1987, la popolazione mondiale raggiungeva a malapena i sei miliardi di persone. Oggi tocca i 6,6 miliardi. Le previsioni per il 2050 si assestano sui 9 miliardi (UNDP, 2007), con un aumento, pari a oltre il 90%, concentrato nei paesi meno sviluppati. Se si considera l’analisi svolta nel Brundtland Report, i bisogni dei poveri non sono necessariamente correlati alla sopravvivenza del pianeta, visto che suolo e risorse potrebbero già essere irrimediabilmente compromessi. Forse il problema non riguarda i bisogni dei poveri o dei ricchi, quanto quelli comuni a tutti.
Un secondo aspetto del problema riguarda la scala, intesa sia in senso spaziale che temporale: da un lato si possono considerare l’intera galassia, il pianeta Terra o gli oceani; dall’altro un campo o un piccolo allevamento. Se pensiamo ad esempio alla sostenibilità di un vivaio di pesci è chiaro che si dovrà decidere – per tornare alla definizione del Rapporto Brundtland – tra una risposta alle necessità del presente e a quelle delle generazioni future. Dobbiamo poi stabilire a chi spettano le decisioni rispetto ai bisogni e a chi il controllo delle modalità con cui i bisogni sono descritti e soddisfatti. Queste decisioni rivestono un’importanza fondamentale soprattutto alla luce della scomparsa delle foreste tropicali, che sono ricche di specie e costituiscono dunque un’importante risorsa sia per i governi, nel tentativo di bilanciare le loro economie, sia delle popolazioni locali che vivono ai margini delle foreste.
Dobbiamo accettare che una forza globale per la protezione della foresta tropicale abbia potere impositivo rispetto alle necessità dello Stato, da un lato, e ai bisogni delle popolazioni locali, dall’altro? Per rispondere a questi interrogativi dobbiamo tornare alle dichiarazioni di Leopold e Brundtland nel tentativo di comprendere come l’arte della sostenibilità non riguardi né un approccio esclusivamente olistico alla gestione del territorio, né una gestione delle necessità dei poveri della terra tale da non condurre inevitabilmente alla distruzione delle foreste tropicali o delle paludi ancora esistenti nel mondo.
Oggi la sostenibilità non può essere raggiunta attraverso congetture grandiose o metateorie, ma tramite accordi tra persone diverse in posti diversi in tempi diversi. Si consideri ad esempio il campo del piccolo agricoltore. Sull’isola di Colonsay, nelle Ebridi, in Scozia, la Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) ha raggiunto un accordo con gli agricoltori locali pagandoli perché posticipino la fienagione per insilatura da giugno a ottobre, limitandosi a un unico raccolto estivo invece dei due abituali. L’obiettivo è proteggere le specie rare di uccelli europei che nidificano a terra, come il re di quaglia (Crex crex), e favorirne l’aumento. Infatti, molte specie di uccelli prataioli sono minacciate dalle moderne tecniche agricole come la falciatura meccanica e l’impiego di pesticidi e fertilizzanti. Tuttavia, gli uccelli rappresentano solo uno dei tasselli nel complesso ecosistema di un prato da sfalcio, dove anche diverse specie di bombi, falene, farfalle e flora spontanea hanno difficoltà a sopravvivere.
Vista la limitata biodiversità delle specie presenti in Scozia ed Europa e la stabilità della popolazione umana, è possibile sostenere la diversità e l’agricoltura estensiva e intensiva applicando approcci diversi alla gestione del terreno. In Scozia, attraverso l’adozione di pratiche combinate di gestione della terra che nulla hanno a che fare con le grandiose teorie della sostenibilità, le colture sono aumentate rispetto a 50 anni fa, come pure i re di quaglia e altre specie rare di uccelli.
Anche in questo caso la sostenibilità è stata raggiunta attraverso un compromesso tra i bisogni dell’uomo e quelli della flora e della fauna.
Nelle foreste tropicali del mondo è più difficile arrivare a un accordo, in quanto le foreste pluviali tropicali rappresentano solo il 6% delle terre emerse, pur ospitando almeno la metà di tutte specie della terra, che potrebbero raggiungere il 90% o più: da 5 a 30 milioni di specie (WCED, 1987). Nelle regioni in cui si trovano le foreste tropicali più ricche di specie viventi la popolazione umana sta aumentando di oltre cento volte più rapidamente che in Europa. Anche se può essere vero, parafrasando Arne Naess, che l’“invadenza” di cento bambini nati in uno dei paesi meno sviluppati è inferiore a quella di un unico bambino nato in un paese ricco (Naess, 1997), a livello locale le popolazioni certamente sottopongono a diversi tipi di pressione le foreste tropicali. I politici locali potrebbero ad esempio vendere concessioni per il taglio degli alberi per sostituirli con piantagioni di palme da olio o sfruttare i terreni come riserve petrolifere. Attraverso queste azioni essi possono da un lato promettere posti di lavoro e denaro, dall’altro garantirsi la rielezione: un buon esempio di politica sostenibile. Ma i rappresentanti delle istituzioni (ministri, amministratori locali, ecc.) non sono i poveri del mondo. Anzi, sono i ricchi dei paesi meno sviluppati, che utilizzano il denaro per garantire a se stessi e alle proprie famiglie un futuro di non povertà. I politici difendono le proprie azioni realizzando parchi nazionali dove, dicono, la ricchezza nazionale delle foreste pluviali sarà al sicuro e protetta. Una falsità, che compromette la sopravvivenza delle forme di vita all’esterno di questi parchi. Per perorare la propria causa, i politici confidano nella mancanza di educazione del pubblico e nel loro bisogno di trovare un lavoro e ottenere uno stipendio. La gente si sposta allora ai margini della foresta e brucia gli alberi vicini alla propria abitazione, sapendo che il suolo diventerà molto fertile entro 2 o 3 anni: il vantaggio sul breve termine aiuta dunque la gente a soddisfare i propri bisogni.
La differenza tra le misure adottate rispettivamente dall’Unione Europea per la tutela del re di quaglie e dai governi per proteggere le foreste tropicali è che mentre i prati sono in grado di mantenere la biodiversità anche in piccoli lotti, per le foreste tropicali è impossibile.
Abbattere 10 ettari di foresta pluviale in Borneo, Sumatra, Papua Nuova Guinea, Madagascar o Ecuador occidentale significa perdere per sempre un numero considerevole di specie. Non è un argomento facile da comprendere ma occorre tener presente che in una foresta intatta un albero su due ospita una specie diversa, spesso assente nel resto della foresta.
La biodiversità, infatti, è solo correlabile a se stessa, non all’abbondanza di specie.
La presenza umana in Madagascar risale a 1500 anni fa e fino al 1950 vi si contavano 12 000 specie di piante e circa 190 000 di animali, la maggior parte delle quali autoctone. In breve tempo, l’85% della foresta tropicale è stata distrutta dal fuoco, per far spazio a una popolazione in continua crescita, e oltre metà delle specie non presenti in altre parti del mondo sono così scomparse. Sopravvivono solo una striscia di foresta pluviale a est, una a sud della capitale, e una foresta “spinosa” di piante succulente, attualmente a rischio, nell’arida parte meridionale. Il Madagascar conta attualmente 19,6 milioni di abitanti, il 30% dei quali è analfabeta, e si calcola che nel 2050 raggiungeranno i 43,5 milioni (UNDP, 2007). Tuttavia, non si può incolpare di disinformazione la popolazione in continua crescita, dato che non è mai stato varato un programma informativo efficace che spiegasse agli abitanti ciò che rischiano di perdere irrimediabilmente. L’analfabetismo è anche più grave in Papua Nuova Guinea, altro centro di biodiversità molto importante, dove il 49% delle donne è analfabeta.
Se affermiamo di voler salvare le foreste tropicali per la loro diversità di specie, o come pozzo di carbonio, o come zona di reperimento di rimedi per curare le malattie infantili, come la leucemia, ad esempio, nella cui terapia viene utilizzata la pervinca del Madagascar (Catharanthus roseus, L.), o come occasione per le generazioni future di apprezzare le foreste, allora nessuna di esse dovrebbe essere abbattuta.
Eppure, proprio gli amministratori, in quanto responsabili delle risorse, nel presentare una di queste motivazioni alla sostenibilità agli abitanti locali, dovranno trovare una via alternativa di risarcimento o, come è avvenuto per Sumatra, acquistare le foreste a vantaggio delle generazioni future.
La sostenibilità della biodiversità nelle foreste pluviali tropicali richiede dunque un accordo per l’istituzione di un fondo globale per la loro salvaguardia e per quella dei governi sul cui territorio si trovano. Ma questo è un obiettivo difficile da raggiungere, in parte perché molte foreste si espandono oltre i confini nazionali (come nel caso del Borneo, ad esempio), e in parte per la difficoltà di gestione di questi denari, che dovrebbero offrire mezzi di sussistenza alternativi alle persone intenzionate a trasformare i tratti di foresta pluviale in terreni agricoli. Dovrebbero essere impiegati per realizzare programmi di alfabetizzazione e istruzione ad ampio raggio – specie per donne e bambine – per una migliore informazione degli abitanti, e consentire loro di guadagnarsi di che vivere. I fondi dovrebbero poi servire a individuare e applicare un metodo efficace di protezione della foresta, impedendo l’abbattimento degli alberi e gli incendi. Ciò richiederebbe la legittimazione da parte di un organismo come le Nazioni Unite, in grado di attuare una politica a protezione delle foreste, e un sostegno amministrativo per ognuna delle iniziative appena citate.
Per tornare alle meta-teorie di Leopold e Brundtland, esse offrono una soluzione marginale al problema reale di proteggere sia i prati da sfalcio, sia le zone paludose europee, sia le foreste pluviali tropicali. Abbiamo però una necessità più impellente: dobbiamo sostenere gli enti non governativi che già operano concentrando i propri sforzi sulla protezione delle zone paludose e dei prati da sfalcio attraverso accordi con gli agricoltori per l’acquisto diretto dei terreni. Inoltre, bisogna istituire un fondo globale che consenta la protezione delle foreste umide tropicali insieme agli altri importanti ecosistemi da salvaguardare per le generazioni future, come le barriere coralline.
L’incipit di questo mio contributo, un interrogativo, è una delle principali problematiche della sostenibilità, e della biodiversità in particolare: siamo in grado di proteggere la biodiversità tutelando piccoli appezzamenti di territorio in speciali riserve mentre sfruttiamo il resto della terra a nostro piacere?
In base agli esempi che ho segnalato è chiaro che la risposta può essere sia sì che no. In senso affermativo, infatti, possiamo proteggere la biodiversità con una gestione oculata della terra nelle regioni con biodiversità minima, e con popolazione umana stabile o in diminuzione come la Scozia; ma in senso negativo, non possiamo proteggere la biodiversità salvando piccole porzioni di foresta pluviale tropicale in zone dalla biodiversità ricchissima e dove la popolazione è in continua crescita, come il Madagascar.
Bibliografia
Leopold, A. Round River (ed. Leopold, L.B.), Oxford University Press, Oxford 1991.
Naess, A. “Sustainable development and deep ecology”. In The Politics of Sustainable Development (ed. Baker, S. et al.), Routledge, London 1997.
Richardson, D. “The politics of sustainable development”. In The Politics of Sustainable Development (ed. Baker, S. et al.), Routledge, London 1997.
UNDP, The State of the World’s Population, 2007.
WCED, Our Common Future. Oxford University Press, Oxford 1987.
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