Paul Roberts
Houghton Mifflin Harcourt Publishing Co., Boston

La fine del cibo

L’anno non è stato positivo per il sistema alimentare globale. Le patologie a trasmissione alimentare provocate da batteri come la salmonella o l’Escherichia coli (E. coli) hanno gettato il Nordamerica nel caos. In alcuni cibi importati dalla Cina sono state individuate sostanze contaminanti. L’aumento del prezzo del petrolio danneggia il sistema commerciale internazionale, ancora basato su fonti energetiche a basso costo. La crescita esponenziale della popolazione, il maltempo e i problemi legati alla produzione agricola hanno portato a un rialzo del prezzo del riso e di altri cereali, facendo esplodere rivolte nelle nazioni più povere e amplificando il timore che, dopo decenni, si possa ripresentare lo spettro di una crisi alimentare, ma di dimensioni planetarie.
Molti esperti ritengono si tratti di un problema temporaneo e che la scarsa disponibilità di cereali sia provocata dalle nuove richieste provenienti dalle raffinerie di biocarburante, che si esauriranno non appena verrà a mancare il sostegno politico per un programma tanto controverso.
Altri osservatori sono però convinti che questa crisi sia anche provocata da orientamenti più radicati e di non così facile soluzione. Sebbene il biocarburante, fattore incidente sul breve periodo, sia certamente responsabile dell’innalzamento dei prezzi, ne esistono altri a lungo termine, come l’aumento della popolazione e i cambiamenti nel regime alimentare, che rivestono un ruolo ben più importante, per rimediare ai quali sarà necessario un impegno maggiore.
In tema di sicurezza alimentare si può osservare come gran parte dei problemi legati alle scorte di carne o di cibi freschi, ad esempio, sia legato alla transizione verso l’agricoltura industriale, e si concentri sul taglio dei costi e i grandi numeri. Risolvere questi problemi non sarà solo complicato tecnicamente, ma probabilmente risulterà in un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, prospettiva certo poco incoraggiante, visto l’andamento attuale.
A distanza di quasi cinquant’anni dalle epidemie di fame in Africa e Asia, il mondo si trova ad affrontare una nuova crisi alimentare, per cui è necessario trovare una soluzione radicalmente diversa.

Storia vecchia, nuovi attori

Cosa rende la crisi odierna tanto particolare? Perché non dovrebbero funzionare le soluzioni adottate in passato? Dopotutto abbiamo già assistito a un aumento dei prezzi dei generi alimentari e vi abbiamo sempre posto rimedio. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, ad esempio, la rapida crescita della popolazione in Asia e Africa aveva portato molti esperti a prevedere una gravissima carestia e centinaia di milioni di morti. Invece siamo stati in grado di incrementare esponenzialmente la produzione alimentare ampliando le aree coltivate attraverso la costruzione di sistemi di irrigazione che incanalavano l’acqua per raggiungere le zone aride o semi-aride della Cina, dell’India e del Nordafrica.
Altrettanto importante è stato il ricorso alla tecnologia per aumentare la produzione per ettaro e rivolgersi verso nuove varietà di grano, mais, riso e altri cereali, ma anche a bestiame a crescita più rapida e di taglia maggiore.
Attraverso lo sviluppo di metodi industriali per la produzione massificata e a basso costo delle risorse impiegate in agricoltura, come i fertilizzanti azotati e i pesticidi, si sono incrementate le rese. Per effetto di quella che è nota come “Rivoluzione Verde” la produzione alimentare è aumentata rapidamente, contribuendo alla salvezza di molti paesi affamati e portato il mondo a uno stato di sovrabbondanza che molti credevano permanente.
Eppure oggi, nonostante le nuove tecnologie agricole, dobbiamo far fronte a nuovi limiti, che ci renderanno più difficile replicare i successi del passato.
Basti pensare alla rapidità con cui aumenta la richiesta alimentare a seguito della sovrappopolazione.
Oggi però molte nazioni povere sono abbastanza ricche da permettersi alimenti “resource-intensive” (che richiedono cioè un impiego massivo di energia per la loro produzione), come la carne. In media sono necessari circa 4 kg di cereali per produrre 0,5 kg di carne. Con l’aumento del consumo di carne – che si prevede sarà più che raddoppiato entro il 2050 – anche la quantità di cereali necessaria aumenterà sensibilmente.
Dove ci procureremo questi nuovi cereali? Un’espansione dei terreni agricoli non è più possibile perché già ne coltiviamo la maggior parte, e la porzione che resta – costituita da foreste e paludi – deve assolvere ad altre funzioni indispensabili. A causa dell’erosione, degli allevamenti intensivi e dello sviluppo, i terreni agricoli stanno scomparendo rapidamente.
Anche negli Stati Uniti, con l’espansione inarrestabile delle periferie, dei centri commerciali e dei campi da golf, perdiamo quasi un ettaro di terreno agricolo ogni nuovo nato o ogni nuovo immigrato.
D’altra parte, non è così semplice aumentare la resa per ettaro: il nostro sistema alimentare industriale richiede molti input agricoli, i cui prezzi stanno lievitando.
Se il costo del petrolio grezzo, indispensabile sia per i macchinari agricoli che per il trasporto delle derrate agli impianti di trasformazione, era contenuto agli albori del sistema alimentare, negli ultimi cinque anni è più che quadruplicato. Anche il prezzo del gas naturale, ingrediente principale dei concimi di sintesi, è più che raddoppiato negli ultimi due anni e continuerà ad aumentare nei prossimi decenni. In termini calorici, se si considera che il 40% della produzione alimentare mondiale totale si ottiene con l’utilizzo di concimi azotati di sintesi, secondo Vaclav Smil dell’Università di Manitoba, in Canada, il fatto che in futuro avremo bisogno di più azoto non è affatto rassicurante (Smil, 2001).
Ma forse le riserve d’acqua sono il fattore più preoccupante. Per ogni tonnellata di cereale coltivato gli agricoltori utilizzano fino a mille tonnellate di acqua e più, il che significa che entro la metà di questo secolo saranno necessari almeno altri tremila miliardi di tonnellate di acqua l’anno, sebbene in molti paesi le scorte d’acqua stiano già scarseggiando.
Le aziende agricole che riforniscono un sesto circa della popolazione di Cina e India utilizzano già oggi più acqua di quella che può essere reintegrata naturalmente. Per risparmiare acqua, alcuni paesi hanno persino deciso di importare cereali e semi di soia, invece di coltivarli internamente. Ma questo non è che un ripiego, un tipo di soluzione inadeguata a contrastare l’inevitabile carenza d’acqua. Secondo l’International Water Management Institute (Istituto Internazionale di Gestione delle Acque), gli agricoltori del futuro avranno bisogno del 17% di acqua in più rispetto a quella disponibile oggi nel mondo. Mentre attualmente i paesi si fanno concorrenza per il petrolio, è prevedibile nel futuro prossimo la corsa si concentrerà sull’approvvigionamento idrico.
Dobbiamo poi considerare in che modo i cambiamenti climatici condizioneranno la produzione alimentare: molte delle ricerche in corso suggeriscono che in zone come l’Africa, dove la produzione alimentare sta diminuendo, i cambiamenti di temperatura, le precipitazioni e la frequenza delle malattie potrebbero rendere impossibile la coltivazione di colture fondamentali come il grano. Dobbiamo però anche preoccuparci del prevedibile impatto che questi avvenimenti avranno sui grandi produttori come il Nordamerica e l’Europa. Molti climatologi prevedono che negli Stati Uniti aumenteranno gli eventi climatici catastrofici, come siccità e inondazioni, che comprometteranno la resa dei raccolti. Le inondazioni che si sono verificate la scorsa primavera nel Midwest americano, e che avranno probabili conseguenze sui raccolti autunnali, potrebbero essere un preludio alla “normalità” climatica dei secoli a venire. Se queste previsioni sono corrette, gli Stati Uniti potrebbero non essere più in grado di esportare le colture in eccesso, proprio mentre paesi come l’Africa ne hanno un disperato bisogno.

Gli inconvenienti della convenienza alimentare

Per ironia della sorte, molti dei problemi cui dobbiamo far fronte oggi in ambito alimentare in passato erano stati adottati come soluzione alle crisi alimentari. Inutile dire che i risultati non solo non sono stati quelli auspicati, ma anzi molto spesso hanno avuto spiacevoli effetti secondari. Ad esempio, se l’impiego diffuso di concimi azotati in agricoltura ha sicuramente aumentato in modo esponenziale le rese, la maggior parte dei fertilizzanti filtra nel terreno e contamina fiumi, corsi d’acqua e sistemi di distribuzione idrica.
Il progresso tecnologico nelle attività di trasformazione dei cibi li ha resi molto più convenienti e ha ridotto i tempi di permanenza in cucina per la loro preparazione. In molti casi, tuttavia, le operazioni di trasformazione e imballaggio del cibo vanno a scapito della qualità e, in ultima battuta, del sapore.
Sebbene l’industrializzazione alimentare abbia portato molti vantaggi, la trasformazione massiva degli alimenti in enormi impianti centralizzati, e la necessità di farli arrivare in tempi rapidi ai consumatori hanno creato non pochi problemi di sicurezza e ambientali. Il caso della carne è emblematico.
I metodi intensivi di allevamento per la produzione massificata di carne, in impianti con decine di migliaia di capi di bovini, suini e pollame, ha senz’altro contribuito ad abbassare il costo della carne, ma ha anche provocato l’insorgere di problematiche diverse per il consumatore. Secondo un recente rapporto della fondazione filantropica Pew Charitable Trusts, questi impianti, detti anche CAFO (confined animal feeding operations, o impianti di alimentazione animale restrittiva), producono una quantità enorme di deiezioni, inquinamento dell’aria, emissione di gas serra, ecc. A peggiorare le cose, a causa del sovraffollamento, gli impianti favoriscono la trasmissione delle malattie tra gli animali, per contrastare le quali si ricorre a un uso eccessivo di antibiotici, responsabili della diffusione di batteri diventati ormai resistenti a quegli stessi antibiotici. D’altra parte, la dieta a base di cereali adottata nei CAFO rende la carne qualitativamente inferiore perché più ricca di grassi. Non solo: se, come si è detto, per produrre 0,5 kg di carne sono necessari 4 kg di cereali, si assiste a una sempre più massiccia conversione delle aree boschive in aziende cerealicole per nutrire il bestiame.
Tutte queste voci rientrano nei cosiddetti “costi esterni”, perché, anche se non sono calcolati nel prezzo finale della carne, devono comunque essere pagati dal consumatore. Si pensi ad esempio alle centinaia di milioni di “tax dollar” che i governi devono sborsare al fisco per la pulizia dei sistemi di distribuzione idrica contaminati dalle deiezioni prodotte nei CAFO.
Le compagnie assicurative sono costrette a pagare di più per curare le patologie a trasmissione alimentare, quelle cardiache e quelle legate all’obesità, e i costi extra dei batteri resistenti agli antibiotici. Secondo una ricerca della statunitense Union of Concerned Scientists (Associazione degli Scienziati Consapevoli) i costi esterni dell’industria carnea potrebbero costare al contribuente fino a 39 miliardi di dollari l’anno.
La buona notizia è che molte aziende di produzione carnea stanno pensando di convertire gli impianti come i CAFO per garantire maggior spazio di movimento agli animali e una gestione del mangime, dello smaltimento delle deiezioni, e delle cure veterinarie più sostenibili e igienicamente più efficaci.
Il risvolto negativo però è che tale conversione non sarà economica. Molte delle “pratiche negative” che l’industria deve abbandonare, infatti, erano le stesse che in passato avevano contribuito ad abbattere il costo della carne. Ad esempio, il recupero del sistema in cui il bestiame si alimentava unicamente a pascolo, ridurrebbe le malattie e quindi il ricorso agli antibiotici e risulterebbe in una carne più magra (per non parlare del maggior benessere degli animali). Purtroppo il bestiame allevato a pascolo ha una crescita più lenta e i capi sono più piccoli rispetto agli allevamenti intensivi, il che porterebbe a un prezzo al chilo molto più alto.
Parimenti, l’impiego ridotto o assente di antibiotici, se da un lato contribuisce a rendere migliore la carne, sarebbe costoso: dato che gli antibiotici mantengono l’animale in salute, questo cresce più rapidamente (fino al 25% in più) mangiando la stessa quantità di foraggio. Gli antibiotici sono una delle ragioni principali dell’abbattimento del prezzo della carne a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso (negli Stati Uniti, ad esempio, il prezzo del pollo e altri tipi di pollame, calcolato rispetto all’andamento dell’inflazione, è calato di due terzi dal 1960).
Non c’è da stupirsi se la carne prodotta secondo metodi “sostenibili”, senza gli antibiotici e l’adozione di altri metodi “industriali”, sarà più cara. Ad esempio la trita di manzo da bestiame a pascolo costa 1USD in più di quella CAFO; le bistecche 7USD in più. Stessa cosa dicesi del pollame e dei suini allevati in modo sostenibile, più cari di quelli provenienti da allevamenti intensivi.

Il giusto prezzo

Il prezzo più caro della carne sostenibile indica quanto sarà impegnativo risolvere i problemi che affliggono il nostro sistema alimentare. Anche se da tempo sappiamo come produrre cibo in modo sostenibile, con metodi come quello biologico, si tratta sempre di alternative costose. Ad esempio molti ritengono che l’agricoltura industriale dovrebbe essere sostituita da quella biologica, che evita ogni tipo di concime o pesticida di sintesi. Ma la transizione sarebbe tutt’altro che semplice: anzitutto, per sostituire i fertilizzanti di sintesi con alternative biologiche, gli agricoltori dovrebbero prima reintegrare i nutrienti del terreno incorporandovi del letame, oppure ricorrere alla rotazione delle colture commerciali con quelle di copertura, come il trifoglio o il fagiolo, che ripristinano l’azoto del terreno.
Purtroppo entrambi i sistemi richiederebbero milioni di ettari di terreno agricolo in più.
Secondo Vaclav Smil l’impiego di metodi biologici per nutrire i dieci miliardi di persone che si suppone abiteranno la Terra entro il 2050 richiederebbe il doppio, se non il triplo, dei terreni agricoli globali per produrre letame o colture di copertura sufficienti, con conseguenti nuove deforestazioni e a scapito di altri ambienti naturali.
Inoltre, se è vero che l’agricoltura biologica riduce i danni ambientali provocati dalle sostanze chimiche di sintesi, anche in questo caso c’è un prezzo ambientale da pagare. Dato che gli agricoltori biologici non possono utilizzare erbicidi chimici, provvedono meccanicamente al diserbo, arando ripetutamente i campi, azione che può danneggiare la struttura del terreno a tal punto da provocare un’azione erosiva.
Quanto al paradosso del cibo “locale”, invece, molti consumatori ritengono che i cibi coltivati localmente non solo siano più salutari ma contribuiscano alla salvaguardia ambientale.
In Italia e Francia, ad esempio, si è fatto molto per reintrodurre prodotti locali e ripristinarne la coltura. Di fatto, però, se è vero che i cibi locali sono più freschi, nutrienti, più gustosi di quelli d’importazione, non sono necessariamente più sostenibili. Ad esempio, dato che gli agricoltori locali operano spesso in piccole strutture, per il trasporto delle derrate dall’azienda agricola al mercato cittadino utilizzano mezzi che non solo richiedono più viaggi, ma consumano più benzina e emettono più anidride carbonica rispetto al trasporto, da parte di un solo impianto industriale, della stessa quantità di cibo.
In termini di impiego di energia e di emissioni, inoltre, il trasporto rappresenta una voce minima rispetto all’impronta ecologica di un particolare cibo. Per coltivare, trasformare e imballare gli alimenti è richiesta molta più energia di quanta ne sia necessaria al loro trasporto. Ciò significa che, in alcuni casi, le derrate prodotte localmente possono di fatto essere meno sostenibili di quelle d’importazione.
I ricercatori inglesi, per esempio, hanno scoperto che importare prodotti agricoli dalla Spagna risulta più efficiente in termini ambientali che produrli localmente in enormi serre ad alto impatto energetico.

Rimodificare geneticamente il cibo?

Molti esperti sostengono che la vera soluzione al problema non è tornare a un tipo di agricoltura pre-industriale, ma rimodificare geneticamente le cultivar perché richiedano minor energia, acqua, e fertilizzanti. Attraverso la manipolazione del DNA delle colture, le aziende di sementi OGM affermano che non solo possono incrementare esponenzialmente le rese, ma anche progettare colture che richiedano risorse inferiori.
Molti gruppi ambientalisti sostengono che gli organismi geneticamente modificati e le tecnologie applicate in questo campo rappresentano un rischio per la salute umana e l’ambiente. Ammesso che si dimostrasse l’innocuità della tecnologia, tuttavia, resterebbero ostacoli difficili da superare, come quelli di tipo economico e tecnico. Ad esempio, sebbene molte aziende di sementi OGM affermino di poter raddoppiare le rese, è stato dimostrato come sia molto difficile ottenere questo risultato, in larga misura per la complessità dei fattori che vi incidono. La resa è essenzialmente il riflesso della capacità della pianta di autoriprodursi, e la riproduzione è una funzione molto complessa, che richiede quasi tutti i tratti di sopravvivenza della pianta, dalla sua capacità di resistenza ai cambiamenti di temperatura, a quella di combattere i parassiti. In altre parole, per aumentare le rese, le aziende di sementi OGM devono manipolare migliaia di caratteri della pianta, e finora i successi sono molto limitati, secondo quanto afferma Kendall Lamkey, esperto in selezione colturale e titolare della cattedra di agronomia dell’Iowa State University. I maggiori successi degli OGM sono stati ottenuti su prodotti semplici, come il grano e i semi di soia, selezionati per resistere a pesticidi, come il Roundup, che prevedevano la manipolazione di un’unica caratteristica. Lamkey afferma che le aziende di sementi OGM potranno certamente riuscire a controllare gli aspetti più complessi legati alle rese produttive, anche se non prima di qualche anno. La soluzione per risolvere la crisi attuale non è dunque a portata di mano.

Soluzioni complesse a problemi complessi

È chiaro che non esiste un’unica soluzione all’odierna crisi agroalimentare. Anzi, sarà necessario elaborare più soluzioni, e ricorrere alle risorse messe a disposizione da particolari settori tecnologici o disciplinari, antichi o moderni, che potranno aiutare a far fronte alla complessità della sfida. Chiaramente sarà necessario considerare diversi modelli produttivi – piccole e grandi aziende agricole – e fonti di approvvigionamento locali, regionali, globali. Si dovranno adattare i nuovi metodi ai vecchi problemi e abbinare tecnologie vecchie e nuove.
Ad esempio molti fitotecnici vorrebbero rivolgersi alle tecnologie OGM non per intervenire direttamente sulle piante, ma come strumento per accelerare i tempi richiesti dai metodi colturali convenzionali. Attraverso la mappatura dei caratteri, i fitotecnici possono identificare più facilmente quelli da migliorare, operazione, questa, che potrebbe abbreviare il tempo necessario ad aumentare le rese.
Altri ricercatori riprendono il vecchio modello dell’azienda agricola multifunzionale: dove l’agricoltura industriale ha spezzettato quella tradizionale in base alle diverse funzioni (produzione, allevamento, orticoltura, ecc.), deputandole ad aziende diverse, essi stanno cercando il modo di restituire tutte le funzioni a un’unica azienda agricola in cui si riciclano i nutrienti e si allevano gli animali. Tornare a un modello del passato non significa tornare indietro: adottando una moderna gestione scientifica e informatizzata, questa nuova tipologia di aziende agricole “vecchio stampo” può produrre la stessa quantità di cibo per ettaro della controparte industriale, ma utilizzando quantità decisamente inferiori di pesticidi e fertilizzanti di sintesi. Queste aziende agricole richiedono tuttavia più lavoro, e in una società sempre più urbanizzata ciò potrebbe costituire un problema.
È interessante notare che, mentre la maggior parte della ricerca si concentra su come modificare il modo di produrre cibo, i consumatori saranno costretti a cambiare varietà e quantità di cibo acquistato. Ad esempio, l’aumento dei costi energetici e di trasporto ostacoleranno l’importazione da paesi lontani di pesce, frutta e verdura freschi per la vendita al dettaglio. I consumatori potrebbero doversi riappropriare del concetto di “stagionalità” e acquistare soltanto cibi di stagione disponibili localmente. Allo stesso modo, il prezzo più elevato della carne sostenibile potrebbe spingere i consumatori a mangiare meno carne.
E se alcuni di essi potrebbero mal tollerare una dieta meno carnea, non mancherebbero gli aspetti positivi: un’alimentazione meno ricca di carne, infatti, migliorerebbe la nostra salute e quella del nostro pianeta, con una contrazione dell’inquinamento e altri costi esterni legati all’allevamento bovino, e una riduzione nella domanda di cereali richiesti per l’alimentazione animale. Oggi le nazioni “carnee” come gli Stati Uniti, dove il consumo procapite supera i 100 kg annui, detengono il primato della domanda cerealicola. Se questo livello di consumo fosse improvvisamente imitato nel resto del mondo, l’attuale produzione cerealicola globale potrebbe bastare solo per 2,6 miliardi di persone, meno del 40% della popolazione mondiale attuale, e circa un terzo dei 9,5 miliardi previsti per il 2070. Se anche si sviluppasse un modello di consumo più povero di carne, come quello italiano, in cui il consumo procapite di cereali è la metà di quello statunitense, le scorte mondiali cerealicole potrebbero comunque bastare solo per 5 miliardi di persone.
Negli anni a venire, con una maggior comprensione dei problemi relativi ad approvvigionamenti e sistemi alimentari, certamente aumenteranno le idee per risolvere queste sfide. Due sono comunque le cose chiare. Intanto, dobbiamo riconoscere che l’attuale crisi non è un problema temporaneo o il risultato di un unico fattore come i biocarburanti o il maltempo. Piuttosto, è il culmine di decenni di decisioni e politiche che richiederanno un impegno altrettanto prolungato per la loro soluzione.
In secondo luogo, mentre riflettiamo su quale sia il modo migliore per risolvere la crisi attuale, dobbiamo essere cauti rispetto alle soluzioni da adottare, e ricordare che molti dei problemi da risolvere sul fronte alimentare, erano stati adottati come soluzione nel passato.
I concimi di sintesi, gli antibiotici e altri additivi, la meccanizzazione sostenuta quando i costi dei prodotti petroliferi erano bassi: tutte queste “soluzioni” erano un tempo considerate come modi per risolvere i limiti del sistema alimentare, come un modo per produrre più cibo per una popolazione che stava rapidamente aumentando. Quindi, mentre esaminiamo le sfide del presente e sviluppiamo soluzioni di nuova generazione, assicuriamoci che i miracoli di oggi non diventino presupposti per la crisi del domani.

Bibliografia

Borlaug, N. “Feeding a World of 10 Billion People: the Miracle Ahead”. Discorso di inaugurazione del Norman Borlaug Institute for Plant Science Research presso la De Montfort University, Leicester, 6 maggio 1997. www.nbipsr.org/nb_lect.html

Gurian-Sherman, D. Relazione “CAFOs Uncovered”, aprile 2008. http://www.ucsusa.org/assets/documents/ food_and_agriculture/cafos-uncovered-executive-summary.pdf

Pew Charitable Trusts. Relazione “Putting Meat on the Table: Industrial Farm Animal Production in America”, 29 aprile 2008.
http://www.pewtrusts.org/uploadedFiles/wwwpewtrustsorg/Reports/Industrial_Agriculture/PCIFAP

Smil, V. Feeding the World: A Challenge for the Twenty-First Century, The MIT Press, Cambridge (USA) 2001.

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