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Cinzia Scaffidi
Centro Studi Slow Food
Un serbatoio di buone idee
La terza edizione di Terra Madre, a Torino dal 23 al 27 ottobre 2008, si svolgerà in un caldissimo autunno. La cosiddetta crisi alimentare – che sembra aver riassunto in una sola definizione tutte le altre: da quella energetica a quella economica, da quella ambientale a quella climatica – sta rapidamente permeando di sé il nostro modo di pensare al cibo, alla sua produzione e al futuro del pianeta e non può, quindi, restare fuori dai dibattiti che a Terra Madre e al Salone del Gusto si apriranno.
Occorre pensare a Terra Madre come a un gigantesco think tank: solitamente questi “serbatoi di pensiero” si compongono di poche persone, che si concentrano su un argomento e vi dedicano qualche giorno di riflessioni, anche creative, per vedere se si può muovere qualche passo avanti.
È questo che succede a Terra Madre, ma le persone coinvolte sono circa 7 mila, e gli argomenti svariate decine. Quelli del programma ufficiale, almeno. Perché non è possibile tener conto del pulviscolo di riunioni, incontri, chiacchierate programmatiche, riflessioni estemporanee, embrioni di progetti che, durante quei giorni, prendono vita.
È come se questo evento procedesse lungo un cammino di progressiva definizione, e al tempo stesso di continua moltiplicazione.
Moltiplicazione spaziale, perché sono sempre di più le nazioni, o addirittura le regioni, che organizzano, nell’intervallo tra un’edizione e l’altra, i loro “Terra Madre”. Si è appena svolto il Terra Madre Irlanda, a settembre, e subito dopo l’appuntamento di Torino è in programma Terra Madre Toscana.
Si sono poi moltiplicati i gruppi di interesse coinvolti. Se la prima edizione, nel 2004, parlava in modo indefinito di “comunità del cibo”, già la seconda, nel 2006, aveva in qualche modo avvicinato l’obiettivo a questo oggetto e aveva distinto al suo interno le categorie più direttamente legate alla produzione (agricoltori, allevatori, pescatori, raccoglitori), quelle dedicate alla trasformazione dei prodotti in piatti (i cuochi) e quelle che si occupano della ricerca e della didattica.
Sono cresciute, dal 2004 a oggi, e si sono via via definite delle “sotto reti” nell’ambito di quella che è la grande rete di Terra Madre. I produttori si sono aggregati per categorie, o per affinità (per esempio, non solo i produttori di formaggio, ma anche in generale gli allevatori).
I cuochi hanno realizzato quanto anche per loro sia ancora lontana la consapevolezza diffusa della centralità del loro ruolo: un ruolo chiave, di garanti per i produttori di qualità del loro territorio e di divulgazione per i consumatori attenti.
E si è formata la rete delle università di Terra Madre. Con un suo protocollo, le sue università formalmente affiliate, che oggi sono circa 150, ma anche, come in ogni rete che si rispetti, con i suoi aderenti individuali, docenti le cui università non hanno stabilito un rapporto istituzionale con la rete, e che dunque hanno aderito a livello individuale. Contando istituzioni e individui si sta parlando di una rete che coinvolge, in un modo o nell’altro, oltre 350 università e centri di ricerca in tutto il mondo.
Terra Madre ha moltiplicato anche le tematiche di cui si sente titolata a occuparsi.
Parlare di cibo, lo abbiamo detto sin dalla prima edizione, significa parlare di molte cose, per la ragione semplice che l’alimentazione ha a che fare con la vita stessa. Chi può dire, infatti, qual è la disciplina, l’ambito tematico, cui deve far riferimento il cibo? Il plurale è l’unica regola.
È proprio sotto questo profilo – la necessità della pluralità – che acquista rilievo il ruolo delle università, delle istituzioni preposte alla ricerca e all’educazione nel sistema Terra Madre.
Questo è particolarmente vero in un’epoca come quella contemporanea, in cui la produzione agricola è al centro di molteplici interessi tra i quali prevalgono quelli economici, che tendono, prevalentemente, a considerare la scienza un servizio, un elemento funzionale, che debba comunque accettare alcune priorità, dettate ovviamente da altri ambiti.
Chi si occupa di alimentazione e di produzione agroalimentare ha, tra le sue poche certezze, quella che riguarda l’insufficiente supporto che viene offerto alla ricerca indipendente, o ricerca pubblica. Apparentemente molti dei cosiddetti “decisori” sono intenzionati a favorire un tipo di futuro che segni una differenza rispetto a quanto perseguito finora, ma tra le parole e i fatti ci deve essere un momento di analisi e studio totalmente avulso da ricette precostituite. Ovvero: non è possibile chiamare scienza un processo che ha già chiaro il tipo di risultato che intendere raggiungere. Quelle si chiamano, semmai, perizie di parte. La scienza, la ricerca, partono da una domanda, o da una esigenza, e a quella cercano di rispondere.
E la ricerca ha bisogno di cervelli e tempo dedicato, di strutture: ecco perché ha bisogno di denaro. E il denaro sta nelle mani dei decisori. Se costoro non decidono di finanziare la ricerca pubblica in modo che si possa capire in quale direzione far svoltare il futuro, le uniche ricerche che continueranno a essere prodotte saranno quelle finanziate da chi poi si ripromette di avere anche un ruolo economico in quel futuro e questo già orienterà la ricerca.
Cosa c’entra Terra Madre con tutto questo? C’entra, perché Terra Madre non moltiplica, come si è detto, solo se stessa e le proprie competenze, moltiplica anche le forze e le voci di quanti vi partecipano. I tanti progetti di educazione, di formazione e di ricerca che sono nati in questi anni tra elementi della rete delle università, ma anche tra la rete e i produttori o i cuochi, stanno a dimostrare che dove non si arriva da soli è possibile arrivare grazie alle alleanze. Certo, Terra Madre non può che essere una parte di tutto quel che occorre al mondo dell’agroalimentare, ma è una parte attiva, che rilascia spore potenti in tantissimi paesi e in tantissimi settori.
Osvaldo Martínez, presidente della Commissione Economica del Governo Cubano, intervenendo in un recente convegno a proposito della crisi alimentare mondiale ha detto che “mai, in tempo di pace, si è sofferta una crisi alimentare tanto grave”.
È vero, tuttavia, che le guerre sono sempre state fonti di grande guadagno per alcuni settori, e oggi è come se si fosse trovato il sistema per permettere a quei settori di avere tutti i “benefici” che avrebbero da una guerra, senza ovviamente tutti i problemi collaterali, prevalentemente (per loro) politici e di immagine.
Al contrario, oggi, mentre gli affari di quegli attori – multinazionali in testa – fioriscono costantemente, grazie proprio alla crisi alimentare, essi stessi si presentano al mondo come i salvatori, come coloro i quali possono risolvere la situazione grazie a una agricoltura industriale che ha già ampiamente dimostrato di essere la causa di molti mali, e grazie ai suoi apparati scientifici e tecnologici che per l’appunto sono oggi gli unici a ricevere sufficienti finanziamenti.
L’agricoltura industriale, la finanziarizzazione dei prodotti agricoli, la chimica, le tecnologie transgeniche, i brevetti sulla vita: ognuno di questi elementi è pilastro del medesimo sistema le cui spore attecchiscono – ahinoi – con ben maggiore potenza, invasività e capillarità di quanto facciano quelle di Terra Madre. Prova ne sia che Jacques Diouf, direttore generale della Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite che ha come compito statutario quello di fronteggiare le situazioni di crisi alimentare, intervistato dalla televisione italiana pochi mesi fa, alla vigilia del meeting Fao di Roma, ha detto che “abbiamo bisogno di una rivoluzione verde per l’Africa, con fertilizzanti e sementi migliorate”.
I risultati di lungo periodo (perché è a questo che si deve guardare, quando si ha che fare con il vivente!) della Rivoluzione Verde nel resto del mondo, non sembrerebbero cosa desiderabile nemmeno per il nostro peggior nemico: disuguaglianze, ingiustizie, povertà, morte per fame, per malattie legate alle cattive abitudini alimentari, e, è evidente, per le guerre che derivano da quelle condizioni.
È questo il pacchetto regalo che abbiamo intenzione di consegnare all’Africa?
Oltre quarant’anni fa è stato codificato il “diritto all’alimentazione”. È un diritto con una storia piuttosto lunga e complicata, e con alcune peculiarità: per esempio, fa parte dei diritti “economici, culturali e sociali”. Mentre un altro diritto, che ha tutta l’aria di essere importante, il diritto alla vita, fa parte dei diritti civili. Vivere sta in un capitolo, mangiare in un altro.
Non è strano?
Credo valga la pena di studiare (coraggio ricercatori, è un filone da seguire!) l’oblio che da sempre ha circondato l’agricoltura e i piccoli agricoltori – che sono esattamente coloro i quali producono per la vita, per il cibo. Mentre l’agricoltura industriale produce per il mercato, per il denaro, per la finanza – nulla che si possa mangiare.
Questa diversità di obiettivi finali si traduce in differenti metodologie, processi, esigenze, e la differenza più importante è che l’agricoltura di piccola scala incrementa e richiede la biodiversità, mentre l’agricoltura industriale la elimina e la rifiuta perché la biodiversità non è funzionale al mercato.
Allora, la domanda chiave, all’interno della grande rete di Terra Madre è: a cosa pensiamo, cosa ci immaginiamo, quando sogniamo il nostro futuro? E soprattutto, come se lo immaginano i governanti del mondo (anche se va detto che per la maggioranza di questi il futuro si misura nei quattro o cinque anni che passano tra un’elezione e un’altra)?
Scrive Colin Tudge in Feeding People is Easy:
“Non molto di più dell’1% della forza lavoro britannica è impiegata a tempo pieno nei campi (…). Gli Stati Uniti sono molto simili al Regno Unito: Thomas Jefferson, forse il più grande dei padri fondatori, immaginò gli Stati Uniti come ‘una nazione di piccoli agricoltori’, ma ora c’è più gente statunitense in carcere che a lavorare a tempo pieno la terra”.
Nel 2005 in un articolo de La Jornada, quotidiano messicano, il Coordinamento della lotta contro i pericoli della Bayer scriveva:
“È falso che l’economia globalizzata sta eliminando l’agricoltura. Sta eliminando gli agricoltori. L’agricoltura come attività multifunzionale, generatrice di beni pubblici, di soddisfazioni, di rigenerazione della vita, di produzione di comunità e di cultura, sta combattendo contro giganti. Fiorisce invece come generatrice di merci e di guadagni. E questo si deve, in gran parte, al fatto che gli attori dell’agricoltura stanno cambiando: si indeboliscono i più, i piccoli, i poveri e si rafforzano i pesanti e pochi: le multinazionali dell’agroalimentare”.
Allora: di che futuro stiamo parlando?
Eliminare gli agricoltori è un lusso che il mondo non si può permettere.
Perché non sarebbe un lusso ma un castigo. E per non eliminare gli agricoltori c’è una sola via: fare in modo che i giovani restino nei campi, o vi tornino.
Ecco perché è necessaria un’alleanza, che in Terra Madre trova il suo cemento. E i protagonisti di quest’alleanza devono essere molti, quanti più possibile, perché – l’abbiamo detto – il plurale è una necessità:
- Devono esserci le università, che devono sempre più avvicinarsi alla realtà dell’agricoltura e degli agricoltori.
Il problema è: chi orienta chi? È il mercato che orienta gli studiosi i quali a loro volta orienteranno gli agricoltori dicendo loro cosa devono produrre e come? Oppure, finalmente, possono essere gli agricoltori ad avere dalla loro parte la scienza, per risolvere i loro reali problemi? Se i giovani avranno la consapevolezza e la sicurezza che studiare l’agricoltura, l’alimentazione, la gastronomia significa partecipare alla costruzione del futuro e non rimanere fuori dal progresso, allora torneranno ad avvicinarsi alle facoltà di agraria, anche nei paesi in via di sviluppo, dove invece, quelli che riescono ad accedere alle università mirano decisi alle facoltà di legge, medicina, economia…
- Devono esserci i cuochi, che materialmente ci danno da mangiare tutti i giorni. Loro si devono porre come centri di sviluppo locale, sviluppo e progresso dei territori cui appartengono, come garanti delle produzioni di qualità, come custodi delle sapienze delle loro genti. È così che si dà forza al futuro di tante microeconomie, dando la possibilità ai produttori anziani di coinvolgere i figli nelle loro attività e anche di ritirarsi, infine, senza il timore che tutto quel che hanno fatto nella loro vita vada perduto.
- Devono esserci i produttori stessi, che devono fare della qualità la loro unica bandiera. Una qualità che non si misura con gli strumenti del libero mercato, in termini di resa per ettaro o di sostanze nutrizionali; si misura in bellezza dei paesaggi, in sapore, in salute – dell’uomo che coltiva e dell’uomo che mangia, degli animali e dell’ambiente – in giustizia sociale, in risparmio delle risorse naturali e molto altro ancora. Quando si produce in questo modo i giovani trovano il loro spazio, che è uno spazio di fatica, certo, ma anche di creatività. I giovani, per la loro stessa sopravvivenza, hanno bisogno di pensare al futuro: sono composti, prevalentemente, di futuro, così come gli anziani sono costituiti principalmente di passato, di memoria. Per questo i giovani hanno bisogno di essere artefici del proprio futuro.
- Ci deve essere l’intera società, con tutte le sue componenti. Perché i figli non sono solamente delle madri, sono figli di tutti. E tra le componenti ce n’è una particolarmente importante: i comunicatori. I giornalisti hanno responsabilità nello sviluppo di una società e molto spesso se ne dimenticano, e finiscono per prestarsi, consapevolmente o no, a un ruolo di difensori degli interessi dei più forti.
Se questa alleanza continuerà a rafforzarsi, potremo sperare che il sogno di futuro di un numero sempre più grande di giovani si avvicini il più possibile alla visione di Jefferson, allontanandosi da progetti di inurbamento che troppe volte, nei paesi poveri, ma non soltanto, si traducono in un presente di povertà, insoddisfazione, fame, marginalizzazione, mancanza di denaro, di dignità, di terra e infine di futuro: il loro e il nostro.
Bibliografia
Tudge, C. Feeding People is Easy, Pari Publishing, Pari (GR) 2007.
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